brutte notizie per lo speciale, il pubblico non ne può più – Libero Quotidiano



Francesco Specchia

29 marzo 2020

Il problema è, evidentemente, la saturazione dei palinsesti di notizie infauste. Ci sarà un motivo se Amici di Maria De Filippi col suo carico di speranze e di talenti più o meno nascosti, ha fatto en plein dell’ ascolto con il 20% di share, e lo Speciale Tg1-Resistere dedicato al Coronavirus condotto da Emma D’ Aquino ha registrato solo il 6,62% di share con 1,8milioni di spettatori, partendo da robuste edizioni precedenti che raggiungevano il 18,6% e 5,6 milioni, e l’ 8,2% e 2, 2 milioni di spettatori. Quest’ ultime edizioni sono state ben orchestrate e condotte, rispettivamente, da Francesco Giorgino – che ha fatto il risultato migliore in assoluto – e Paolo Di Giannantonio, altro decano.

 

Il problema, qui, non è la gara tra anchormen; vivaddio al Tg1 non difetta la professionalità. E non è certo colpa della deliziosa D’ Aquino, se il classico approfondimento del telegiornale della rete ammiraglia l’ altra sera ha floppato; e ha portato a casa lo stesso risultato di Propaganda Live (La7) e Quarto Grado su Rete4. Tra l’ altro, la giornata in cui s’ è cadenzato lo Speciale Tg1 era giornalisticamente appetitosa. C’ era Papa Francesco che riempiva in presenza e preghiera una piazza San Pietro deserta (con il 32% di share consegnato a L’ eredità) e c’ era il discorso del Presidente Mattarella; di fatto si trattava d’ una classica giornata in cui lo Speciale riceveva in dote una curva d’ ascolto ragguardevole. Curva che avrebbe dovuto, perlomeno, mantenere.

Anche The Good Doctor, il medical drama proposto oramai in tutte le salse, ha toccato un buon 8,2%, di share. Quindi, scartata l’ ipotesi di un problema di collocazione di palinsesto e di controprogrammazione, la domanda è: perché? Perché lo Speciale Tg1 ha toccato il nadir, pur cavalcando una tematica – il contagio – che rifulge in tutti i tg, in ogni servizio, in qualsiasi anfratto della programmazione pubblica e commerciale? Forse proprio per questo. Interi palinsesti sono oramai innervati dal virus e dai suoi racconti. Perfino l’ entertainment e i talk show very pop si sono parzialmente convertiti – con risultati spesso temibili – alla narrazione dei medici in trincea, della conta dei morti, dello tsunami economico pronto a sommergere le nostre piccole vite immerse in un’ irrealtà col sapore dell’ apocalisse. Se per tutto il giorno ti sparano addosso le immagini del Coronavirus (e magari, poi, si preannuncia pure la ciliegina del discorso del premier Conte a mezzanotte); be’ risulta umanamente comprensibile mollare il colpo della cruda cronaca almeno la sera, e cercare un minimo di respiro e d’ evasione, e infatti Netflix, Sky e Amazon Prime sono al top.

L’ esprit ansiogeno spinto nella notte è l’ unico motivo per cui un programma pur ben fatto come lo Speciale Tg1 sul Coronavirus fallisce. Cosa fare, dunque? Ascoltare, forse, l’ appello di Pupi Avati: «Perché non sconvolgere totalmente i palinsesti programmando i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti , la lettura dei testi dei grandi scrittori, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’ è altro, al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti?». Già, perché no…?

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