“I morti se ne fot*** delle nostre lacrime, una tragica verità – Libero Quotidiano



L’articolo di Paolo Becchi a cui il direttore risponde

Caro professor Becchi, ci risiamo con le polemiche. E va bene, accetto le discussioni con chiunque a parità di sintassi. I vivi non intendono morire eppure muoiono lo stesso, ovvio. La cosa più inutile che possiamo fare mentre siamo qua con i piedi per terra è interrogarci sul senso della esistenza. Che non c’ è. Proprio per questo gli umani si sono inventati l’ immortalità dell’ anima, giusto per sperare che una volta negli inferi possano continuare a campare. Dicono a se stessi: se tiro le cuoia poco male, tanto c’ è il paradiso o qualcosa del genere. È un sogno ingenuo, dunque ci piace trasformarlo in ipotesi certa. Le religioni si fondano sulla promessa illusoria che se un azzurro aldilà non è certo, esso è almeno probabile.

 

In effetti immaginare che la morte sia un veicolo per approdare alla vita eterna è consolatorio. Ma in un pianeta che ormai crede soltanto nella scienza, ritenere che un corpo stecchito sia poi destinato al regno dei cieli richiede uno sforzo di fantasia insostenibile per qualsiasi essere dotato di un minimo di intelligenza pratica. Capisco le tue argomentazioni riferite al momento presente funestato dal virus, è brutto, direi antiestetico, non accompagnare i numerosi defunti alla tomba con i soliti riti. Mette tristezza. È sconfortante. La celebrazione di un funerale classico placa la nostra disperazione per la perdita di un congiunto, tuttavia non cambia la situazione dell’ estinto, il quale non c’ è più e se ne fotte delle nostre lacrime. Andare all’ altro mondo a causa del Corona o di altra malattia non incide sul feretro. Il de cuius vada sotto terra o nel forno crematorio con noi o senza di noi al suo fianco c’ est la même chose. A scuola mi è toccato studiare Foscolo, maniaco della degna sepoltura di imperitura memoria dei trapassati. Non lo reggevo. Bravo poeta però anche rompicoglioni efferatissimo. Quasi come te che frigni per il fatto che le bare di Bergamo vengano issate su camion dell’ esercito e portate chissà in quale luogo. Non credo che le salme della peste o della spagnola fossero più allegre di quelle che compiangiamo adesso. Vanno comunque al cimitero che è l’ ultima dimora per chiunque, per me e pure per te.Noi due non abbiamo voglia di presentarci a Caronte, ma siccome costui non esiste, diamoci una calmata e aspettiamo la nostra ora con rassegnazione. 

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