“Un autentico fuoriclasse, quando lo vidi l’ultima volta…” – Libero Quotidiano



Vittorio Feltri

04 giugno 2020

Roberto Gervaso non c’è più ma rimane fra noi che lo abbiamo amato e stimato. Della sua dipartita e della sua vita si è già occupato con grande efficacia Francesco Specchia, e la mia chiosa sul defunto sarebbe superflua se non dovessi aggiungere che non avere più Roberto quale insigne collaboratore è una grave perdita non solo per noi di Libero, ma per tutti i lettori che trovavano nelle sue frasi motivo di soddisfazione e di conforto. Infatti Gervaso era un autentico fuoriclasse della penna, uno degli ultimi se non l’ultimo della genia giornalistica. La sua carriera è stata luminosa. I suoi scritti, compresi quelli giovanili, sono pietre miliari. Ha stampato libri meravigliosi con e senza Indro Montanelli cui era legato da affinità elettive.

Quando si mise in proprio, qualcuno pensò che non sarebbe riuscito a permanere nel firmamento delle stelle più brillanti, e invece lui continuò a produrre delle perle. Le più fulgide, gli aforismi della stessa qualità di quelli di Leo Longanesi e di Oscar Wilde, al quale era somigliante anche sotto il profilo estetico. L’eleganza della sua prosa era in sintonia con quella della persona. Capita a tutti di trapassare, è normale che sia accaduto pure a lui, giacché più che vecchi non si può diventare. Eppure, se fossi il Padreterno, che talvolta mi illudo da cretino di essere, avrei tardato a convocarlo da Caronte, per non impoverire ulteriormente la categoria alla quale indegnamente appartengo. Senza Roberto noi scribi siamo orfanelli sperduti in un mare di inchiostro, abbiamo smarrito un solido punto di riferimento, e siamo tristi poiché non abbiamo più neanche la possibilità di tentare di imitarlo.

Io mi sono sempre considerato suo amico nonostante lo invidiassi per la classe dei suoi componimenti, mai banali, mai scontati e ogni volta acuminati come pungiglioni. Le sue battute fulminanti arrivavano non soltanto al cervello, che non tutti hanno o usano, ma altresì allo stomaco. Ti lasciavano di stucco, stordito. Egli sgorgava parole con lucida follia, in poche righe era capace di sintetizzare con divertimento concetti esistenziali complessi, e mai senza un tocco di ironia. Cominciò presto, in verde età, ad emergere fino a farsi notare da Indro Montanelli, che lo trascinò nel mondo delle lettere, dal quale Roberto ottenne molto lavorando sodo e con intelligenza, incline a imparare onde raffinarsi. Lo conobbi molti anni orsono. Collaborava col Corriere della Sera e le sue interviste nervose ebbero un enorme successo. La bravura paga e incita a fare di più e meglio. Lui ha declinato il mestiere in ogni direzione: la stampa, la radio, la televisione e i libri, tanti libri, tutti godibili. Di tanto in tanto mi telefonava e ci scambiavamo battute divertenti. Mi mandava articoli vergati con stile garbato e ficcante. Per me era una gioia nonché un vanto pubblicarli. L’ultima volta che lo vidi fu alla stazione Centrale di Milano. Era su una carrozzella, evidentemente aveva difficoltà deambulatorie. Gli dissi scherzando che aveva trovato il modo per muoversi senza fatica. Mi rispose: è la prima tappa per raggiungere la bara. Caro Gervaso, eri formidabile. Il brutto è che, quando muore un amico, poi toccherà anche a te.