Immigrazione, vedi Lampedusa e poi muori di rabbia – Libero Quotidiano



Salvatore Dama

11 agosto 2020

Lampedusa è bellissima. Ma è un posto strano. Dal 2011, da quando è stato decretato lo stato di emergenza, ha ricevuto soldi a pioggia. Centinaia di milioni. Dove sono finiti? Il sindaco Totò Martello ha fatto piantare una ventina di palme sulla strada che costeggia il porto nuovo. Si sono già ammosciate. Per il resto: a Lampedusa non c’è l’ospedale. Se ti devono operare o se devi partorire, vai in Sicilia. A Lampedusa la connessione internet fa schifo. È lenta o inesistente. C’è un solo cavo che arriva da Porto Empedocle. L’ultima volta che si è lesionato, qualche anno fa, sono stati tre mesi isolati. A Lampedusa ci sono dieci strade asfaltate. Il resto è tutto sterrato. A Lampedusa non è terminata la metanizzazione. Le case si alimentano con le bombole. A Lampedusa l’aeroporto ha tre gates, quello di Ibiza ne ha 17, per dire. A Lampedusa l’hotspot è un cacatoio a cielo aperto. Mille migranti stipati laddove se ne potrebbero ospitare novanta. Se ti va bene, pigli il Covid; se ti va male, becchi la malaria.

CRONISTORIAEppure di soldi ne sono stati stanziati, tanti, dal 12 febbraio 2011, quando è stato decretato lo stato di emergenza a fronte della prima ondata massiva di migranti. Ecco un po’ di cronistoria. Nel 2013 il governo vara una manovra correttiva. Dentro ci finisce un articolo che istituisce, al Viminale, un fondo per fronteggiare l’eccezionale afflusso di stranieri a Lampedusa. Sono 190 milioni per il 2013. All’articolo 2 si cita esplicitamente l’isola, in difficoltà nel fronteggiare l’invasione. Nella legge di stabilità 2014 l’intero comma 319 è dedicato a Lampedusa. Si parla di “rafforzare la dotazione di infrastrutture” per aumentare “l’efficienza dei servizi”. In particolare, si cita “il completamento del programma di metanizzazione”. Si parla di 20 milioni di euro all’anno. Dal 2014 al 2020. E, come si è detto, negli appartamenti ci sono ancora le bombole per alimentare l’acqua calda e le cucine.

TRIBUTI LOCALI Nel decreto 16/2014 in materia di finanza locale c’è un articolo, il 13, dedicato alle isole minori. All’interno, si legge, viene sbloccato un fondo da 1,4 milioni di euro, destinato al Comune di Lampedusa e Linosa, e finalizzato alla realizzazione di interventi urgenti. Sempre nel 2014 arriva un’altra pioggia di soldi: 62,7 milioni di euro. È introdotta una disposizione di favore nei confronti dei comuni, come Lampedusa ed altri comuni siciliani, maggiormente interessati dalla pressione migratoria che esclude le spese connesse all’emergenza migratoria dal patto di stabilità interno. E veniamo ai lampedusiani. Gente ospitale, gentile, simpatica. La stragrande maggioranza di loro lavora nel turismo e soffre la situazione esplosiva che c’è sull’isola. Perché gli sbarchi sono una cattiva pubblicità. Anche se l’hotspot è posizionato in maniera tale che chi villeggia non percepisce appieno il caos che c’è lì dentro. Ma ci sono anche altri a cui questo stato di emergenza non dispiace. Perché se finisce il viavai, cala anche il sipario sui vantaggi fiscali di cui ha goduto l’isola in questi anni. L’ultimo è arrivato a gennaio 2019. Con la conversione del decreto “Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione”. L’articolo 1-bis prevedeva la sospensione della riscossione nei confronti dei cittadini isolani che, alla data del 12 febbraio 2011, avevano il domicilio fiscale o la sede operativa nel comune di Lampedusa e di Linosa. Il pagamento delle tasse era già andato in stand dal 16 giugno 2011 al 15 dicembre 2017. La nuova norma prevedeva il pagamento del pregresso in unica soluzione o con un massimo di 18 rate mensili. Ma guai a dire che i lampedusiani siano dei privilegiati. Si incazzano a morte. Anche perché nel frattempo i tributi locali non solo non si sono fermati. Ma il Comune li ha anche aumentati.