Coronavirus, agire subito sulle aree a rischio: il tempo sta scadendo


Siamo tornati a dire esponenziale, ma l’impressione che non abbiamo ancora chiare tutte le implicazioni del termine, che non ne capiamo la portata abnorme, e che finiamo cos per ragionare e agire in modo inappropriato. Tornare ancora una volta sulla non-linearit dell’epidemia non un puntiglio formale: la non-linearit costituisce l’essenza stessa del contagio. Comprenderla profondamente perfino pi importante di conoscere il virus. E finch questi concetti — non-linearit, esponenziale — non saranno famigliari ai pi, ma soprattutto a chi si esprime pubblicamente, agli esperti stessi e a chi stabilisce le misure, le decisioni continueranno a essere ritardate e insufficienti.

Crescita esponenziale, nella quale alcune zone dell’Italia sono tornate gi da un po’ e altre non sono mai state, significa sproporzione. Sproporzione in tutto. Significa che, certo, i contagi di giorno in giorno salgono, ma aumenta anche la velocit con cui salgono. E aumenta l’accelerazione. Significa che stare attaccati al bollettino come se fosse un termometro — oggi va un po’ meglio di ieri, domani chiss — ormai del tutto privo di significato. Nel regime esponenziale, la speranza che magari migliori unicamente fonte di indugi e, quindi, di altri contagi, perch in un simile regime, in assenza di misure drastiche, pu andare in un unico modo: sempre peggio. Non solo: il peggio di oggi sar peggiore del peggio di ieri, e il peggio di domani sar peggiore di quello di oggi. Questo gioco di parole faticoso la chiave per impadronirsi della logica controintuitiva del contagio quando ormai fuori controllo, insieme alla consapevolezza che i positivi si accumulano, diventano rapidamente una massa critica e aspettano di trasformarsi, in percentuali non trascurabili, in malati, quindi in malati che necessitano di ricovero, quindi in malati in terapia intensiva, e infine s, in morti — ancora in una percentuale non trascurabile.

I numeri che stiamo vedendo con apprensione crescente vogliono dire in ultima istanza questo: abbiamo davanti molti altri morti. con questa idea ben piantata in testa che dovremmo domandarci se le misure messe in campo e quelle ventilate siano davvero le migliori. Un mese e mezzo fa, se mi trovavo a discutere con qualcuno dell’eventualit di un altro lockdown, dicevo: impensabile. Ora mi contraddico, ma non me ne vergogno. Contraddire s stessi, farlo pi e pi volte, quasi inevitabile in questa situazione: viviamo con un orizzonte temporale di un paio di settimane al massimo, un’altra conseguenza scomoda della non-linearit. La crescita esponenziale dilata il tempo in cui siamo.

L’aumento dei contagi rende ogni giornata pi decisiva, pi lunga della precedente. Per questo, sentir parlare adesso di Natale ridicolo: il 25 dicembre, nel tempo curvato dall’epidemia, lontano non due mesi ma due anni. Intanto la paura, dalla primavera a oggi, cambiata. Se a marzo temevamo la malattia, ora la paura prevalente quella di un altro lockdown, legata all’assumere che tutto debba ripetersi uguale, con l’intero Paese paralizzato per molte settimane di fila. Entrambi gli aspetti — la paralisi completa e la sua durata — sono ancora evitabili e devono essere scongiurati. Ma il tempo a disposizione poco, pochissimo, e si accorcia sempre pi in fretta. Innanzitutto, dovremmo smetterla di parlare del lockdown e iniziare a considerare i lockdown. Mirati, localizzati, tempestivi e a tempo ridotto.

Potremmo pensare di cambiargli anche nome, per limitare quel senso angoscioso di dj-vu che attanaglia molti di noi nelle ultime ore. Chiamiamoli lockdown selettivi, semi-lockdown, chiamiamoli congelamenti o come ci pare, ma iniziamoli subito, dovunque servono, dove la crescita gi esponenziale, anche e soprattutto se si tratta di grandi citt. Perch ogni giorno di attendismo, di misure parziali, di discussione interna sulle nove di sera o le dieci o le undici; ogni giorno di rimpallo fra governo e regioni non equivale a un giorno in pi dei semi-lockdown che infine verranno introdotti, ma a molti giorni di pi. E quello stesso attendismo, tra una settimana, ci coster ancora pi caro, per la solita trappola della non-linearit. Prima si parte con misure stringenti dove servono, meno restrizioni si subiranno dopo e per minor tempo; prima si parte, maggiore la probabilit di scongiurare un altro lockdown nazionale.

Se nel frattempo siamo diventati insensibili perfino ai morti, traduciamo gli indugi attuali cos, nei giorni di isolamento che rischiamo, e forse torneremo a essere persuasivi. Il monitoraggio deve quindi stabilire quali sono le unit territoriali in cui va suddivisa l’Italia e a ogni zona deve essere associato un livello di rischio; ognuno di noi deve sapere quotidianamente in che livello di rischio si trova e quali sono le restrizioni associate, restrizioni che vanno dalla rinuncia (per tutti) a ogni attivit non-essenziale che favorisca il contagio, fino a dei veri e propri blocchi. La mobilit fra le diverse unit territoriali andrebbe, di nuovo, ridotta all’indispensabile, per garantire questa differenziazione geografica, uno degli aspetti su cui finora il sistema ha fallito pi gravemente e colpevolmente. E tutto questo, complicato com’, andrebbe fatto con le scuole aperte il pi possibile, lasciando perdere la logica del tutto o niente, del tutta l’Italia o nessuno che sembra ancora dominare nel governo e nelle regioni, e abbracciando finalmente quella del massimo concesso in ogni realt specifica.

Un massimo da concedere, innanzitutto, proprio alle scuole. I semi-lockdown, purtroppo, non sono un’eventualit, sono gi inevitabili. Andrebbe detto con chiarezza alla popolazione, spiegando le differenze con marzo e aprile. Ed adesso, oggi, che ci giochiamo la differenza fra Il Lockdown come l’abbiamo conosciuto, con tutte le sue conseguenze nefaste sulle persone e le economie, e i semi-lockdown localizzati, pi brevi e sopportabili. Ci che stato non dev’essere identico a ci che sar, ma se non si agisce immediatamente e con il massimo vigore nelle zone compromesse rischia di esserlo. Va spiegato che dove il tracciamento affaticato e sta fallendo, dove la linearit finisce, le chiusure arrivano per forza. Non c’ rafforzamento delle terapie intensive che tenga, n aggiustamento di orari. Senza un contenimento decisivo il sistema viene travolto.

In matematica si usa dire che l’esponenziale vince su tutto, e cos purtroppo. C’ molto da analizzare sul come e sul perch siamo ripiombati qui e con quest’aria un po’ sorpresa, ma ancora una volta, prima di attribuire responsabilit e negligenze, c’ da affrontare l’urgenza. Se il monitoraggio ancora in grado di distinguere quali sono le zone ad altissima circolazione del virus — lo ripeto: se in grado —, quelle aree vanno congelate subito. Perch andavano congelate almeno tre settimane fa. Senza stiamo a vedere, proviamo, valutiamo, senza andare per gradi per non scontentare le persone. La gradualit non ci concessa. Il ritardo che stiamo accumulando in quelle aree esponenziali una sproporzione di morti futuri e di giorni aggiuntivi di semi-lockdown che comunque quelle zone arriveranno a fare. Il coprifuoco notturno non avr la forza di riportarle dal regime esponenziale a quello lineare, al regime in cui dire domani o dopodomani o Natale ha ancora un qualche senso.

17 ottobre 2020 (modifica il 17 ottobre 2020 | 22:26)

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